Giornata triste

Senza commento.

http://www.ilpost.it/2012/05/19/mogol-battisti-emozioni/

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foto, donne e tristezza

Non so perchè, ma queste foto mi hanno intristito. Mi sono chiesta che immagine di donna ne viene fuori e la risposta non mi è piaciuta. Forse troppo american middle class style anni ’70, direi. La tecnica utilizzata per le foto, però, è carina.

http://www.ilpost.it/2012/04/16/heidi-lender/cleaner/

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da due settimane ho in testa una ragazza

Ma guarda un pò quanto il mio lavoro mi perturba. Mi capita di partecipare ad un colloquio di tirocinio (sto effettuando il tirocinio della scuola di psicoterapia in un servizio di neuropsichiatria infantile) con una ragazza di 14 anni. Non entro nel merito dei contenuti per questioni di riconoscibilità e privacy, ma ho tante domande in testa: ma cosa stiamo lasciando ai giovani? Che futuro prospettiamo? E che presente consegniamo? Capisco che potrebbero risultare domande retoriche o ideologiche, ma non sono comunque domande che dovremmo porci come adulti? Che idea di vita vissuta passiamo e che idea di vita felice e di relazioni con gli altri? Ho come l’impressione che ci sono sempre meno spazi in cui gli adulti si parlano in maniera aperta e si confrontano su quello che sta capitando, i cambiamenti sociali e storici, l’idea di famiglia, di uomo e donna, dei sentimenti e di sessualità, di lavoro, di vecchiaia. Siamo sempre sulla difensiva, con l’idea che “i panni sporchi si lavano in casa” e che l’altro porta pericoli e non potenzilità. Cosa è successo? Come siamo diventati quello che siamo? Quanto rileggiamo quello che ci capita? E quanto abbiamo paura del futuro? Mi piacerebbe parlarne, come essere umano con altri esseri umani, senza giudizio, senza scopo utilitaristico, senza prospettiva, così solo per parlarne. Scoprire mondi, liberare pensieri ed emozioni, liberarci da un’idea, magari non nostra, che questo mondo è in crisi e che il futuro è in crisi. La crisi è anche una possibilità, il mondo moderno con le sue conquiste e possibilità impensabili prima è nato da rivoluzioni/crisi dei vecchi sistemi. Ripensiamo allora alla nostra esistenza: è tempo di intenderla in maniera completamente diversa. Aspetto compagni di viaggio.

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Ci ho pensato molto.. e sulla donna del mese di marzo?

Non mi sono dimenticata, è che ero in stallo completamente. La mia mente era attraversata dal pensiero di inserire mia mamma, e sono stata combattuta fino alla fine. Ebbene a fine mese, dopo tanti dibattiti interiori, ho deciso: la donna del mese di Marzo è mia mamma Angelica. Chiaro che ci sarebbe tanto da dire che non basterebbe un libro, se non una collana, ma tranquilli/e mi limiterò parecchio. Qui, in questo spazio, volevo condividere quanto rappresenti un’idea di donna comune, nel senso che tanti di noi hanno mamme, nonne, zie, sorelle, simili, ma mi sembrano allo stesso tempo incredibili, uniche e potenti. Ha aperto una attività da giovanissima contro tutti, ha sposato un uomo non a tavolino, ha lasciato il suo paese di origine con un sogno, ha avuto tre figli, ha lavorato dal momento in cui i figli sono andati a scuola, ha gestito una casa, non ha potuto contare sulla sua famiglia (lontana), ha passato momenti difficilissimi, è diventata nonna cinque volte, è stata vessata (e sfruttata) sul lavoro fino ad ora che ha 60 anni, ha sempre mantenuto la sua dignità e integrità. Immaginerete che non è facile confrontarsi con lei, ma dall’altra parte non posso non pensare quanto quello che sono sia contaminato dalla sua storia ed esperienza, e dalla mia relazione di figlia con lei. Io rispetto profondamente mia mamma come donna, la ritengo un modello di donna che ha vissuto il riscatto sociale, che ha deviato dal ruolo di donna che ci si aspettava da lei nella sua terra di origine e ai suoi tempi, è una grande rivoluzionaria a suo modo e raccolgo con orgoglio, e anche con fastidio a volte lo ammetto, le sue pillole di saggezza per barcamenarmi nel tempo attuale.

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Recupero tempo e post: comincio da un film

In questo periodo mi sono ritrovata a confrontarmi, con più persone in contesti diversi, sul film “Il cigno nero”. Io sono rimasta folgorata. In realtà mi sono avvicinata alla storia per motivi personali (volevo capire se potevo farlo vedere alle mie figlie, perchè entrambe fanno danza classica), non sapevo nulla del film, non avevo neanche informazioni sugli oscar e sui protagonisti. Dopo averlo visto ho scoperto tutto quello che ci sta dietro. L’aspetto cheho apprezzato maggiormente è stata la risonanza emotiva, quanto ognuno ha trovato qualcosa di sè nella storia e nelle scene, l’imprevedibilità, l’ambiguità tra reale e immaginato, tra realtà e follia. Un movimento continuo di sensazioni e di associazioni di idee, parole e immagini. Un ritratto di donna alla prese con sè e il non sè. Molte scene di impatto, che hanno creato angoscia senza dover esagerare nelle tinte forti. Da vedere assolutamente, fofografia strepitosa, cast azzeccato, tema già battuto ma in questo caso in modo molto originale. Un viaggio in un’evoluzione psicologica, un viaggio nei tornanti della nostra psiche.

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un’altra perla di saggezza dall’Inghilterra

Parto da una prima considerazione: quando si cita una ricerca di solito occorrerebbe fornire qualche dato (autori della ricerca, campione analizzato, metodo di raccolta dati, conclusioni) che permette ai lettori di contestualizzare l’informazione e capirne il punto di partenza, lo sviluppo e la prospettiva che apre il finale. Dalla notizia del Corriere della Sera non si evince niente del genere. Sembra più un tentativo di propaganda del governo inglese per dare significato alla violenza nelle piazze e tamponarne gli effetti sull’immaginario collettivo. Cosa infatti può lasciar intendere questa ricerca se non che l’origine della violenza è individuale, l’aggressività è negli individui, da piccoli va scovata e occorre lavorarci su. Con tale ipotesi si dimentica completamente il ruolo del contesto sociale e familiare, del momento storico politico e della storia personale. Insomma, se io avvallo la teoria enunciata dalla ricerca è come se concentrassi l’attenzione sull’individuo dando responsabilità principalmente alla persona di quel comportamento, metto sullo sfondo tutte le altre possibili responsabilità (chi fa parte della sua rete di relazioni, chi dovrebbe essere responsabile dei suoi diritti e bisogni fondamentali, le occasioni che si danno per crescere e così via). Insomma in testa mi frullano dubbi: ma siamo sicuri che sono i giovani violenti il problema? Non è forse anche un problema il sistema politico-tecnico che ha rubato il loro futuro? O un mondo adulto che si accorge di essere stato carente e assente solo quando un giovane arriva a tanto? Ma il fatto che in questi anni si sia tanto risparmiato sul welfare e sulle politiche giovanili non può essere un’ipotesi altrettanto fondata? E il fatto che ci sia molta mobilità (fenomeno dell’emigrazione giovanile) tra giovani che cercano la migliore strada per loro, che effetto ha con chi resta o non può andare? Rabbia, forse?Insomma, io aprirei un tavolo di discussione più allargato alla corte del re d’Inghilterra per affrontare la questione dell’uso della violenza da parte dei giovani, partendo dal presupposto che si parli anche con i giovani e che gli adulti si mettano in discussione per primi. E poi, questo ragionamento non ha anche connessioni con quello che sta avvenendo con il movimento no-tav (so che è un capitolo difficile e controverso, propongo solo una riflessione sull’uso della violenza e i suoi effetti)?

http://www.corriere.it/esteri/12_marzo_08/criminali-bambini-inghilterra_a28e4d8e-6910-11e1-96a4-8c08adc6b256.shtml

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Non lo sapevo

Durante le chiacchiere davanti a una pizza tra donne, si discute di figlie ed ecco che una delle mamme racconta delle “punture” mensili che la figlia “deve fare” su suggerimento del pediatra. Io rimango colpita e chiedo, perchè davvero incredula, come mai avessero optato per questa scelta: viene fuori un incredibile quadro sulle pratiche mediche circa il menarca anticipato. Ovvero, nel caso una bambina cominci a sviluppare caratteristiche fisiche (peli sotto le ascelle o nelle zone pubiche, ingrossamento del seno) ad un’età definita troppo infantile (in questo caso intorno ai 9 anni) che rimandano ad uno sviluppo precoce, i pediatri suggeriscono di posticipare con farmaci l’età del primo mestruo, in modo che cada in un’età più congrua. Io, confesso, rimango prima di tutto bloccata a bocca aperta perchè davvero non lo sapevo, ed è per me grave in quanto professionista che discute con i ragazzidi questi temi. Superata la fase di “blocco”, mi accorgo che ho in testa mille domande, tipo: ma con che criteri stabilisco in momento più “adatto”? E perchè lo stabilisco io con il mio medico? Ma alla natura, tanto sventolata in alcuni settori (vedi gravidanza e puerpuerio), in questo caso non lasciamo fare? Ma i medicinali a base ormonale in età di sviluppo non danno nessuna controindicazione? Ma è opportuno iniziare in giovane età ad abituarsi a prescrizioni mediche periodiche? Insomma, penso che mi impegnerò e raccoglierò notizie. A coloro che hanno figlie femmine, dibattiamone.

Provo a segnalare questo primo link per saperne di più.

http://www.alessandragraziottin.it/div_audio.php?ID=4397

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Genitore attento

Leggo questo post e mi accorgo che, nonostante cerchi di dare molte risposte, in testa ho solo domande. Una delle prime è: è possibile paragonare studi del linguaggio americani al linguaggio di altri paesi? E ancora: immagino che ci siano dei parametri per valutare ritardi del linguaggio, ma come mai sono in aumento le diagnosi riguardanti il linguaggio dei bambini? E perchè si associa linguaggio e apprendimento? Insomma, mi fermo. Capisco la divulgazione scientifica, ma sono notizie come queste, date per certe, come scienza infusa, come ricetta magica (scrivi 25 parole e vedrai…) che mi irritano alquanto. Non che abbia nulla con i ricercatori dello studio menzionato, ma occorre sempre dare un contesto all’esito di una ricerca: probabilmente c’è un’ipotesi teorica che postula che il numero di parole cresce progressivamente con l’età e dovrebbe esplodere tra i 2 e 4 anni, guarda caso in Italia coincide con l’inserimento nella scuola dell’infanzia. Se un bambino a quest’età dimostra di non padroneggiare un range di parole di uso quotidiano potrebbe essere un segnale di ritardo. Ebbene è sempre difficile dare parametri, e il più delle volte generano falsi miti nelle coppie di genitori, perciò salvo di tutto l’articolo le utlime parole “imparare vocaboli ed espressioni nuove proprio grazie all’interazione con gli adulti”. Ecco questo mi interessa, come gli adulti apprendono ad interagire con i bambini sapendo che dalla loro interazione dipende l’apprendimento del vocabolario. Troppa responsabilità?

Quelle 25 parole da sapere a 2 anni – Corriere.it.

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In trincea

Seconda donna dell’anno, e so che leggerà questo post dopo averlo pubblicato – perciò me la rischio, è la mia cara amica Titti. Perchè scrivo di lei, perchè rappresenta una delle donne in trincea: insegnante di scuola elementare in provincia di Milano. Come possiamo non pensare che sia un simbolo? Per me lo è, perchè in questo momento insegnare lo associo spesso a combattere: per un luogo di lavoro dignitoso, per un ruolo in classe con i bambini, per un riconoscimento con i genitori, per un posto nel gruppo di lavoro, per un diritto con il sistema scuola. Un’insegnante che si prepara, che si aggiorna (ebbene sì ha partecipato perfino ad un corso di inglese), che si mette in gioco, che ha per le mani tutti i giorni la responsabilità di far brillare piccoli dimanti grezzi. Lei ha del talento e quando in passato ho avuto la possibilità di lavorare con lei, ho imparato tantissimo (per esempio sul mio curriculum la dicitura “laboratori di manipolazione della creta” la devo solo a lei). Chi avrà la fortuna di avere lei alle elementari sarà davvero fortunato, chissà tra un pò di anni gli stessi bambini diventati grandi si incontreranno in qualche pizzeria a ricordare quant’era incredibile la Maestra Tiziana!!

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Per iniziare

Inauguro questa categoria con la citazione di una donna che ho incontrato in un fine settimana formativo nel Gennaio 2012. Si chiama Umberta Telfener, è una psicologa clinica, se non sbaglio insegna all’Università a Roma. Persona davvero in gamba, un vulcano. Ha scritto diversi libri, che si trovano sul web. Perchè inizio con lei, perchè mi è sembrata limpida, alla mano e in grado di essere una persona, prima di un formatore. Una mente libera da tanti cliché e capace di mettere in movimento pensieri e nessi nuovi. Poi ho scelto lei, perchè mi piacerebbe raccontare di donne che incontro realmente, vere e possibili. Mi è piaciuto anche il fatto che il nostro incontro è cominciato con un fraintendimento e con una sua ramanzina al gruppo: “Wow, dieci minuti insieme e già ci ha mazziate, però” ho pensato “Cominciamo bene!”

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